IO C’ERO! (Atto secondo)

Inizia lo show: In the flesh?Ecco, ancora un anno.
Praticamente, ventiquattro lunghi mesi di silenzio, ancora una volta con poche parole da spendere.
O forse traslate nel dominio del detto anziché dello scritto?
Io, anti-Facebook, in realtà sto diventando sempre più anti-virtuale. Ho ripreso le relazioni dirette, uso di nuovo il telefono, cerco le persone, le voglio vedere, guardare, sentire, toccare.
Ma questa è un’altra storia.
Oggi invece vi racconto l’ultima grande esperienza. Un altro “io c’ero”, forse l’ultimo. Spero non per me, vista l’età dei miei idoli.
C’ero a Torino, il 2 ottobre del 2007, giorno del 56° compleanno di Sting, per il concerdo del Reunion Tour dei Police.
C’ero domenica scorsa, 3 luglio 2011, un giorno qualunque ma in prossimità di oggi, anniversario della morte di Syd Barrett (7 luglio 2006), per la seconda tappa italiana del tour di Roger Waters – The Wall.
Quasi trentadue (sì, 32) anni di attesa da quel natale del 1979, in cui qualcuno (non mi ricordo chi) mi regalò il 45 giri di “Another brick in the wall (part II)”. Credo che il lato B fosse “One of my turns”, non ne sono sicuro.
Quel 45 giri andò perso, ma diede la stura ad una serie di ascolti alternativi, anche se pesantemente centrati sulla musica inglese e sui Pink Floyd, che torneranno prepotenti nelle mie sedute oniriche pochi anni dopo.
Il muro si illumina su comfortably numb
Quel ritorno, datato circa 1985, ha segnato praticamente tutta la mia adolescenza, tutto il mio periodo scolastico e tutto ciò che venne dopo.
Quasi un’ossessione, i Pink Floyd, quasi un manifesto The Wall.
Non sono riuscito in tempo a procurarmi i biglietti per i concerti di Aprile, ma ero pressoché certo che avrei cercato anche un bagarino pur di andare. E invece, a sorpresa, gli organizzatori del tour aggiungono due date a luglio. Poi le anticipano pure, ma questo è meno importante. E io, sdraiato sul divano con la gamba ingessata, a dicembre mi faccio questo regalo immenso, costringendo Lei a seguirmi su questa rotta. E due.
Perché già con i Police c’era stato qualche dubbio… ma io SO che certe esperienze vale la pena viverle e SO che non si dimenticano.
Io SO che con questa musica bisogna fare i conti, perché non è musica. È qualcosa di più, qualcosa che ti cattura e non ti lascia, che ti prende l’anima e te la strizza, che ti costringe a pensare e ti obbliga a sentire, a vivere un altro rapporto con te stesso e con la realtà che ti circonda.
Io SO perché ho vissuto.
Io SO perché c’ero. Ma non so se potrò esserci ancora. E questo mi distrugge.

Posted in Uncategorized | 2 Comments

Bavagli vari

“S-a vorbit mult despre cenzura, cea “odioasa” evident nu cea “originala”. Eu cred ca nu exista nici un fel de cenzura, sau daca vreti era una “originara”. A cenzura înseamna fie a suprima, fie a ciopârti. Ce sa mai suprimi când totul era interzis, impus sau supus de legi ale talionului. Adica daca tu aveai altceva de… scris, erai un proscris! Iar daca existau astfel de conditii, am putea spune în cel mai bun sau cel mai rau caz, ca se încalca legea de o parte si se aplica legea de cealalta. Trist este ca si acum, ca si atunci, lipseste singura cenzura care ar trebui sa functioneze: autocenzura. Ea ar trebui practicata la limita pozitiva a ratiunii si obiectivitatii proprii asupra a doua componente esentiale ale naturii individuale: morala si valoarea.
Poate parea paradoxal dar libertatea individuala într-o societate presupune numai doua grade de libertate sau de non-libertate si acestea se refera la legaturile individ-societate si individ-individ. Sub regimul trecut toate legaturile erau rigide, posibilitatea sterica de miscare era minima, întrucât eram legati cu lanturi de sistem si mai aveam si catuse individuale. Unii si-au rupt acum lanturile dar nu si catusele, altii si-au rupt doar catusele. Psihoza, oricum, înca mai exista.”

“Abbiamo parlato molto di censura, quella “odiosa”, ovviamente non “originale”. Penso che non esista alcun tipo di censura se non quella “originaria”. Censurare può significare sia “sopprimere” sia “tagliare”. Che altro c’è da sopprimere quando tutto è proibito, imposto o soggetto alla legge del taglione? Quindi, se tu avessi qualcos’altro da scrivere… eri un proscritto! Ma se esistessero tali condizioni, possiamo dire, nel migliore o peggiore dei casi, che da un lato significa infrangere la legge e dall’altro applicarla. È triste che anche adesso, come allora, manca l’unica censura che potrebbe funzionare: l’autocensura. Questa dovrebbe essere applicata, al limite positivo della ragione e dell’obiettività, su due componenti essenziali del carattere individuale: la morale e i valori.
Può sembrare paradossale, ma la libertà individuale in una società presuppone solo due gradi di libertà o non-libertà e si riferisce ai legami tra individuo e società e tra individuo e individuo. Sotto il vecchio regime, tutti i legami erano rigidi, la possibilità di movimento era minima, poiché eravamo legati in catene dal sistema e avevamo le manette ai polsi. Alcuni adesso hanno spezzato le catene, ma non le manette, mentre altri hanno aperto solo le manette. Le psicosi, tuttavia, resistono ancora.”

C’è bisogno di commenti?

L’immagine in questo post è un’opera di Ottavio Pinarello, che ne detiene il Copyright. Insieme alle sue altre opere, si trova QUI.

Il testo invece è di un caro amico e collega Rumeno, Mihai Bogdan Lupescu, che tra i mille impegni è un libero pensatore, curioso come me, che conosce mille e una lingua e sa di Roma e dell’Italia più di quanto ne sappia io. Di lui potete trovare qualcosa a questo indirizzo.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Poli inversi

Che stanchezza...Ecco.
Praticamente è passato un anno e in un anno è successo di tutto. Ma veramente di tutto, tanto da lasciarmi a tratti (lunghi tratti) senza parole.
Tuttora, a dire il vero, avrei bisogno di quel dizionario o di quella famosa enciclopedia per riuscire a incastrare fra loro parole sensate e sintassi corrette a descrivere quello che mi sta capitando.
Benché ne sia pienamente cosciente, piuttosto consapevole, discretamente certo, le prospettive in chiaroscuro che ho davanti mi gettano un po’ nel panico.
Oddio, panico è una parola grossa; forse sono talmente arrabbiato con l’andamento delle cose che sono io a non vederci chiaro.
Ho impiegato tanto tempo ad imparare come gestire la mia rabbia; come gran parte dei figli di genitori separati, con uno praticamente assente e l’altro soffocante, con una storia di tardivo affrancamento e incompleta liberazione, con responsabilità anticipate, fuori tempo e fuori sincrono, so cos’è la rabbia. So quanto pesa, quanto fa male e come ottenebra anche le giornate di sole.
Ma so anche come si può usare l’energia che ne deriva per imparare a fare qualcosa, reggere l’impatto e reagire nel modo più funzionale.
Poi capita che una serie di eventi arrivino tutti insieme, uno di fila all’altro, tutti importanti, tutti che ti chiedono energie fino all’osso, nessuno che ti lascia scampo e tempo di pensare.
Ora, è vero che si può gestire l’energia che si sprigiona quando ci si arrabbia; ma è anche vero che poi si è felicemente esausti e serve un po’ di ricarica “positiva” per prepararsi alle prossime novità.
Quando però le situazioni si affastellano e alcune di loro tendono a precipitare, il compito si fa un po’ più complesso.
Le situazioni continuano a chiedere, chiedere, chiedere, tu profondi energie cercando di non scontentare nulla e nessuno, porti pazienza, aspetti, ringrazi pure…
Poi passa un po’ di tempo, tu inizi a perdere colpi, arriva il momento della resa dei conti che comunque non puoi ancora fare perché saresti da solo a farli, perché qualcosa continua a chiedere, chiedere, chiedere… e mentre ti arrabbi senti anche qualcuno dirti che non hai il diritto di essere stanco e incazzato, perché qualche tassello è tornato a posto.
Bene.
Qualche tassello. Sì, qualche, non tutti.
Magari qualcuno di ordine inferiore, secondo la scala dei valori che ciascuno ha diversa da chiunque altro.
Porca miseria, sono stanco.
So benissimo che debbo reagire e che mi sto stancando anche di essere stanco, so che arriverà un momento in cui sarò talmente stanco di stancarmi di essere stanco che qualcosa dovrà pur accadere che mi faccia uscire da ‘sto torpore.
Ma Cristo, ne ho tutto il diritto…
È già tanto, per me, veramente tanto, riuscire comunque a mantenere una traccia di buonumore, passare comunque sorrisi, restare ottimista sempre e comunque. E sentire anche persone lontane e sconosciute che ti ringraziano perché non perdo mai la bussola.
Il che ovviamente non è vero.
Anzi, in questo momento sento una netta inversione dei poli, con i miei valori completamente scombussolati, i punti di riferimento dissolti, la totale estraneità del mondo che mi gira intorno.
Non so più se ad essere ridicolo sono io o tutto il resto, ma porca troia faccio fatica pure a pensare, perché mi sembra un esercizio del tutto inutile…
Ma quando arrivano le vacanze, quelle vere?

L’immagine di questo post è un orso bianco e stanco e l’ho trovata QUI.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Segni d’inciviltà

Metro B Roma Qualche giorno fa, dopo tanto tempo, ho preso la metropolitana, linea B, per tornare a casa dopo un’afosa giornata di lavoro e altre amenità.
La stessa mattina avevo dovuto lasciare l’auto in officina per i controlli di rito che, a scadenze regolari, mi tolgono qualche stilla di sangue.
Spesso mi sono chiesto per quale motivo, abitando praticamente sopra una stazione della metro, tutte le mattine io mi senta quasi in dovere di prendere l’auto.
Ho trovato due ottime scuse:
1) dopo il tragitto di circa 20 minuti che mi porta a Eur Palasport, debbo prendere un autobus, il famigerato 777 che, se non passa per puro caso, normalmente si fa attendere almeno 15 minuti, portando il tempo medio di trasferimento casa-lavoro a quasi un’ora;
2) in auto posso ascoltare la radio e dimenticare la lunghezza del tragitto, che si aggira – mediamente – intorno ai 50 minuti.
Insomma, il tempo è più o meno lo stesso, con evidenti risparmi, nel caso utilizzassi il servizio pubblico, sui costi miei e dell’ambiente, sul quale lascerei un’impronta ecologica nettamente meno profonda.
Per giunta, sulla metro potrei dedicarmi a un altro dei miei passatempi preferiti, ossia leggere.
Allora, perché mi ostino ad usare l’automobile?
Presto detto, andiamo per ordine.
1) La metro è un carnaio, a praticamente ogni ora del giorno. Io occupo spazio e ho bisogno d’aria; pur non essendo un misantropo, non amo il contatto umano coatto e anchovy-style;
2) La metro è sporca. Nel momento esatto in cui scrivevo, l’odore di urina che mi avvolgeva – e non era la mia – rendeva l’aria irrespirabile. Scrivere mi ha aiutato a non concentrarmici sopra;
3) La metro è obsoleta e il servizio è scadentissimo: non c’è aria condizionata (un sottile refolo si sente sull’altra linea, la metro A, inusitatamente dotata di treni più nuovi) e il caldo ucciderebbe un cardiopatico lieve;
4) La metro è inaffidabile: orari e tempi sono un’alea e i frequenti ritardi e disservizi fanno sì che i treni siano stracolmi di gente. Sono salito insieme ad altre centinaia di persone e dopo due minuti era impossibile restare su quel convoglio; ma avevo visto che altri due treni, in evidente ritardo, andavano verso il capolinea in direzione opposta. Così ho resistito due fermate, poi sono sceso. Il terzo treno è stato il meno peggio.
Beh, insomma… non per fare facile polemica, ma questi sono alcuni dei piccoli segni del degrado quotidiano che ci contraddistingue tutti, senza esclusione.
Perché se è facile trovare le responsabilità di un disservizio ed imputarle al gestore, è meno facile ricondurre ad un singolo – o gruppo di singoli – i comportamenti che contribuiscono al degrado e che si aggiungono a quel disservizio.
Intendo dire che se NOI cittadini evitassimo di pisciare nella metro o di gettare in terra le cartacce o di rispettare quel minimo di regole di convivenza civile che dovrebbero essere alla base di una società sana, forse non saremmo costretti a servirci dei nostri stessi scarti.
E potrei citare centinaia di comportamenti: dall’ignorare un incidente stradale (o rallentare per "guardare" senza aiutare), all’attraversare un semaforo che sta per diventare rosso anche se davanti c’è fila, chiudendo inevitabilmente l’incrocio, al chiedere scusa quando si dà uno spintone, al lasciar scendere prima di salire.
Siamo alla prevaricazione in ogni campo; ognuno pensa a sé ma non agli altri.
Quando invece basterebbe un nulla, un piccolo gesto, un sorriso, a modificare la situazione.
Non è sbagliato prendersi cura di sé, non è insano un "piccolo" egoismo. Anzi, è necessario.
Ma questo non deve farci dimenticare l’altro.
E verso l’altro si va un passo alla volta, senza gesti eclatanti.
Nelle piccole cose si vede il riflesso delle grandi e viceversa.
Non possiamo sempre dire "ci stanno mandando in rovina", perché è altrettanto vero che siamo noi a spingere in alto chi poi ci governa e decide in nostro nome (anche se spesso in nostra vece).
Ancora una volta, tocca a noi. Piccoli uomini, piccoli passi.

L’immagine in questo post è un treno della Metro B e l’ho trovato QUI.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Qualcuno era comunista

Falce_e_martello Ieri, in una serata in cui non avevamo le idee chiare su cosa fare, siamo andati con alcuni amici alla festa del PD, il "Democratic Party", alle Terme di Caracalla.
Poche, piccole, considerazioni, qualche domanda.
Che cosa ha di sinistra il Partito Democratico?
Chi sono quei radical-chic che gironzolano tra i banchetti di commercio solidale, vestiti di tutto punto?
E quei pochi, anacronistici personaggi carichi di nostalgia che si aggirano come emuli del Che o di Castro?
E perché alla festa del Partito Democratico – che fa appelli alla legalità – ci troviamo in mezzo a decine di commercianti che non rilasciano lo scontrino fiscale?
Perché, in un luogo dove l’attenzione al "social" viene presentata come un "must" (inglese, perché ormai anche la sinistra è "global"), dove non deve esserci sfruttamento né coercizione delle minoranze, c’è il banchetto di un famoso cartomante televisivo?
Perché debbo ascoltare i discorsi deliranti di uno scrittore che parla di (cito testualmente) "cacare", facendo riferimento al fatto che l’evacuazione odierna non è come quella di una volta?
Io lo ammetto: per essere uomo "di sinistra" (ma che cosa significherà poi…?) sono ben inserito nel "global", non rinuncio alle "comodità del moderno" (non a tutte), sono poco attento ai temi di carattere sociale.
Quieto la mia coscienza con sottoscrizioni qua e là, cerco di mantenere un atteggiamento etico, sto attento a non contribuire troppo ai disastri del mondo, provo ad essere equidistante il più possibile, ascolto tutte le parti in causa, prendo posizione quando c’è un sopruso, tento di non far del male, uso la bilancia come posso.
Non credo che questo significhi essere di sinistra o di destra; penso che questo significhi cercare di vivere immaginando un mondo migliore di quello che anche io, coi piccoli gesti di tutti i giorni, ho contribuito a creare.
Io non lo so più se sono comunista, di sinistra, socialista, democratico, socialdemocratico, cattolico, cattocomunista, centrista, di destra, fascista.
Di certo so cosa NON sono.
Però mi domando…
Mi domando perché chi fa appelli alla legalità poi tradisce palesemente il proprio pensiero, comportandosi pubblicamente come, dai megafoni della tv (perché in piazza non scende più), dice che "gli altri" non debbono fare.
Mi domando perché, in nome di idee vecchie come il mondo, si richiamano solo GLI ALTRI a seguirne l’ispirazione.
Di tutte le cose che odio, l’ipocrisia è la peggiore.
Scendete nel mondo, se volete cambiarlo.
Cambiate per primi, se volete dare l’esempio.
Sporcatevi le mani, se volete ripulire.
Dite la verità, se odiate la menzogna.
Comportatevi da uomini, se volete che le donne siano rispettate.
Fate come il prete dice, non fate come il prete fa. Neanche se siete il prete.
Altrimenti, tacete.
E sparite come meritate.

L’immagine in questo post non ha bisogno di commenti…

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Pelle e sotto pelle

TreMondi Rileggendo quello che ho scritto sui viaggiatori della domenica, mi è scappato di riflettere su un "piccolo" punto.
O meglio, su tanti piccoli punti.
Però la mia testa si è fermata sull’approssimazione.
Ossia su quel modo, sempre più diffuso intorno a me, dal quale spesso sono contagiato, di fare le cose un po’ "a scappar via", di lasciare le faccende incompiute, di non "chiudere le Gestalt" e la sciare le porte sempre aperte.
Ora, di fondo io sono un ansioso, quindi preferisco vedere le porte chiuse dopo averle aperte e le luci spente dopo averle accese.
Non vivendo esattamente dentro il Colosseo, ho l’abitudine di tenere chiuse le finestre quando fa freddo o caldo oppure dopo aver cambiato l’aria nei locali.
Non amo lasciare situazioni aperte o sospese, perché mi ricordano i periodi della mia giovinezza (non lontanissima ma decisamente andata) nei quali, appunto, approssimavo tutto o quasi.
Naturalmente non ho detto "improvvisavo", perché quello lo faccio tuttora.
Forse, grazie al jazz che pure non conosco ma al quale per qualche tempo mi sono avvicinato, ho reso la mia mente flessibile all’improvvisazione, senza tuttavia tralasciare una buona partitura di base. In sintesi, senza uscire troppo dai binari.
No, l’approssimazione è un’altra cosa: è figlia di qualcosa di troppo poco strutturato rispetto a una partitura; l’improvvisazione, invece, è uno spazio vasto seppur finito, dai confini lontani ma visibili, tracciati, estensibili ma non valicabili. E segue rigide regole di tempo ma non di ritmo.
L’approssimazione invece non conosce lo spazio né il tempo e restituisce un’accozzaglia di note cui è difficile dare un senso.
Anche dell’improvvisazione si può non comprendere il significato, ma non si può non riconoscervi l’armonia di fondo, l’intonazione, la coerenza con l’idea principale.
È quasi un paradosso come due modalità, due atteggiamenti, due sistemiche tanto simili per destrutturazione siano in realtà tanto distanti per senso, significato e risultati.
Il guaio è che mentre l’improvvisazione la si riconosce durante, in corso d’opera e svolgimento e le si può attribuire un principio ispiratore e seguirla verso una qualche forma di piacere, l’approssimazione si manifesta dopo, solo nelle sue conseguenze, nei risultati che produce e negli effetti che provoca.
Ossia, quando è troppo tardi – o troppo complicato – rimetterci le mani e raddrizzarne gli esiti.
E l’energia che si profonde nell’improvvisare è tanta, spesso gigantesca, a volte orgasmica, soddisfacente ma sufficiente ad esaurirsi nell’attimo realizzativo, nell’atto creativo.
Lo sforzo dell’approssimare invece è del tutto irrisorio, per quanto possa essere grande, rispetto a quello che occorre per ripararne le conseguenze.
È un fatto di pelle e sotto pelle.
A volte si fanno danni senza volerlo, perché approssimazione è figlia illegittima di superficialità.
chi resta in superficie e si ferma alle sensazioni di pelle, gode all’istante ma poi dimentica di chiudere le finestre o lo fa distrattamente, lasciando passare indesiderati spifferi, aria calda o fredda, polvere o smog, indiscriminatamente.
Il jazz invece scorre sotto pelle, dove l’improvvisazione nasce da una spinta profonda, che sale alla coscienza dai recessi dell’anima, che produce caos di durata variabile ma finita, lasciando sempre il risultato di una creazione.
Creazione che potrà piacere o non piacere o piacere a pochi, il che però la rende ancor più rara e pregiata.
Così mi scopro a biasimare me stesso quando cado nell’errore di scambiare approssimazione per improvvisazione, superificie per abisso.
Nonostante tutto, è un errore che commetto ancora ed indulgo nel disimpegno, pensando che "tanto a chi importa?", senza pensare che importa proprio a me. E vorrei tanto non dovermi rimproverare di aver scambiato, ancora oggi, rave per fave o fischi per fiaschi.
Evidentemente, a volte sono io quello che lascia passare gli spifferi.
Sarà meglio chiudere queste finestre…

L’immagine in questo post è "Tre Mondi" ("Three Worlds", litografia del 1955) di Maurits Cornelis Escher e la si può trovare QUI.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Sunday travellers

AirplaneCabin A volte ho la tendenza (o la tentazione?) ad essere un po’ cattivello.
Ossimorando (ammesso che esista il verbo "ossimorare" – e sono certo di no), oserei dire "bonariamente cattivello".
Ecco, ora forse mi è più chiaro: tendo ad essere bonario se osservo la situazione dall’esterno; ma se sono dentro la situazione, allora il mio livello di causticità sale a rasentare il limite dell’intolleranza.
È che io non amo i "domenichisti" o "weekendisti". Cioè quelli che il sabato e la domenica intasano le strade andando da nessuna parte o quelli che non sanno guidare e prendono l’auto solo nel fine settimana tanto per guastare le giornate a chi solo in quei due benedetti giorni riesce a trovare il tempo per fare tutto ciò che durante la settimana è impedito da ostacoli professionali ed altre varie ed eventuali.
Oppure quelli che in ogni occasione si comportano come se fosse un giorno di festa, dando la netta impressione che a far vacanza siano le loro sinapsi.
Mi spiego meglio.
In questo momento sto attendendo il decollo dell’ennesimo aereo che da Palermo mi riporterà a casa dopo un tour (di lavoro, ovvio…) della pur amatissima Sicilia settentrionale.
Dunque, se starete leggendo questo post, vuol dire che l’aereo è atterrato. Altrimenti, ne resterà il sapore nei miei ultimi istanti. Orbene, speriamo che stiate con gli occhi allo schermo a commentare queste quattro cazzate.
Dicevo.
Le operazioni di imbarco di questo volo – pur pieno, per amor di verità – sono durate più di mezz’ora. E Perché? Perché c’era tanta gente?
No, no di certo.
Perché l’aereo (circa un’ora di ritardo già di suo) è pieno di viaggiatori della domenica, quelli che sembrano saliti su un’astronave e che si guardano intorno in cerca di omini verdi, oppure che non sanno distinguere una cintura di sicurezza da una di castità.
Quelli che guardano le hostess come se fossero (o dovessero essere) Carol Alt o Monica Bellucci (perdonate il forzato anacronismo nella scelta delle unità di misura della bellezza, sono un anti-velinista convinto, proveniente da un’altra generazione).
Quelli che intasano il corridoio perché non riescono a far passare un bagaglio a mano di dubbia misura oppure cominciano a perdere ogni tipo di oggetto o infilano le cose a casaccio nelle apposite cappelliere, costringendo le Bellucci/Alt di turno al doppio lavoro o facendo cadere tutte le cose faticosamente stipate dal tizio già seduto sotto che si vede arrivare tutto in testa, dal giacchettino leggero al beauty-case pieno di boccettine al trolley dal peso poco raccomandabile.
O quelli che debbono far sapere all’umanità tutta, riunita in congresso, che sono su un aereo, magniloquendo al cellulare il fatto di trovarsi su un "Erbas 320, penZa, ddieci de meno de quello dell’ER FRANZ che è cascato l’antro ggiorno, ha ha ha!". A voler esser buonino, direi che se la stava solo facendo sotto.
Oppure, ancora, quelli che si danno un tono, come se prendere l’aereo fosse uno sport da fighetti e si guardano intorno come a dire "A’ bbello, guarda che ce sto pur’io", senza accorgersi che nessuno li ha invitati a nessun gioco.
Già, prendere l’aereo fa figo. Proprio.
Per non parlare di quello che fa avanti e indietro sul corridoio (magari al telefono), passeggiando come in sala d’attesa, dando le spalle alla lunga coda che ha creato, perché "sì, il mio posto è più indietro ma ho lasciato la borsa più avanti perché la cappelliera era piena", finché la hostess non lo invita a "può mettersi un attimo qui e lasciar passare?".
Oppure "ma che fila è questa" e "che vuol dire a-b-c?" o "ma no, F è finestrino, guarda" e "sì, ma di là c’è scritto "A" e dov’è la effe?".
Il tutto sarebbe molto simpatico, tollerabile naturalmente, se non fosse che su questo cazzo di Erbas ci sono anche io e non mi stai facendo sedere, testina, oppure mentre fai avanti e indietro su questo cazzo di aisle (sì, sta scritto qui sopra, significa corridoio, fanculo) mi sbatti in faccia ora il tuo culone ore il tuo panzone, quando non è una bella borsata "oh mi scusi" – "ma le pare" (ammesso che tu chieda scusa, fottuto viaggiatore della domenica).
Quando poi, per chiudere, "signore deve spegnere" – "sì, un momento solo, scusa ora ti debbo lasciare, MI OBBLIGANO A SPEGNERE IL TELEFONINO" – "signore per favore, stiamo decollando" – "sì sì, chiudo, vabbe’ bello te lascio, te chiamo quanno arivo".
E poi mi debbo pure sentire il comandante che annuncia, in perfetto accento di Cambridge, "Cabbin crù pripe’ ffor tecoff, GRAZIE". Ma sono proprio io, quello strano?

La foto in questo post è l’interno della cabina di un aereo e l’ho trovata QUI.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Soffia le nuvole

AlberoNuvoleSole Io so di avere spesso la testa fra le nuvole.
Ma non perché sono svagato, benché a volte distratto.
Solo perché mi piace astrarmi, tirarmi fuori, far salire il mio livello di immaginazione e di lettura delle cose del mondo.
Questo non vuol dire che mi senta superiore alle "faccende terrene" e che le guardi dall’alto con aria di sufficienza.
Basta pensare di essere presuntuoso, potrà pure apparire così, ma basta.
È certo che ho una buona opinione di me, ma questo non fa di me un immodesto totale.
Conosco i miei limiti, so fin dove posso spingermi e dove debbo fermarmi.
A volte, quei limiti mi piace superarli, per accettare una sfida che coinvolge me e chi me la porge; ma non penso di poter superare tutte le prove.
Penso, anzi, di avere molte meno chances di quante altri, che forse mi sopravvalutano, me ne attribuiscono.
Però so che posso "pensare alto".
E quando vado alto, non ci vado per grazia ricevuta… ci arrivo arrampicandomi, salendo su alberi a volte secchi, percorrendo tutti i rami, riscendo, risalgo, mi incastro, mi perdo.
Mi infilo nei rametti più piccoli, guardo anche i piccoli bulbi secchi di fiori che non nasceranno mai.
Mi stanco, anche… e ogni tanto mi fermo per riposarmi.
Ma alle nuvole ci arrivo sempre.
Faccio l’aereo… le attraverso per andare a vedere il sole di là.
Poi torno tra le nuvole, sotto le coltri.
Un po’ una protezione, qualche volta un fastidio, così provo a soffiare.
Tento di spostare via le nuvole, per far tornare il sole "sotto"… ma so che questa è una cosa che non posso fare.
Così, mi scopro a passeggiare a terra, insieme a compagni di viaggio più o meno improvvisati, con i quali condivido pezzi di vita.
E ogni tanto piove.
Io non amo gli ombrelli. Ne ho persi una quantità industriale, segno che forse mi piace bagnarmi, o che l’acqua non mi spaventa.
Più facile asciugarsi, credo, che cercare di evitare a tutti i costi di inzupparmi.
Ogni tanto trascino qualcuno sotto la pioggia, o qualcuno porta me a passeggio sotto la sua acqua.
Anche se è acqua sua e soltanto sua, mi rendo conto che non riesco ad evitarlo.
È più forte la curiosità, il desiderio di conoscenza delle acque degli altri, di sapere cosa succede sotto le loro nuvole.
E regalo ombrelli. Oppure aiuto gli altri a passare tra una goccia e l’altra, per evitare che prendano un brutto raffreddore.
A volte non ci riesco, altre volte ce la faccio.
Altre volte, vorrei accompagnarli a passeggio sul mio albero, ma non è questo che desiderano… e io lo scopro sempre tardi.
Vogliono solo essere accompagnati sotto la loro pioggia, per non bagnarsi, per imparare a camminare… o magari hanno solo bisogno di compagnia, per quel breve tratto nel quale mi hanno incrociato.
Forse capiscono che io ho la soluzione, forse sentono che io posso e ce la faccio, e non sanno che in realtà sotto la pioggia mi bagno anche io.
Magari pensano mi faccia piacere e in parte è vero. Adoro annusare odori nuovi, quelli che lascia la pioggia sull’asfalto dove camminano.
Mi piace andare a passeggio con loro; ogni tanto ho anche l’impressione che sbircino dietro le mie spalle, per guardare la mia strada e vedere se è diversa dalla loro.
Ogni tanto li scopro ad annusare, per sentire se i miei odori sono come i loro.
Ma non tutti si accorgono che poi girano di nuovo la testa dall’altra parte e badano ai loro passi, come se potessi far loro del male o tradirli nel loro cammino.
Ed ecco che cominciano a lasciare la mano, si sfilano da sottobraccio, prendono l’ombrello in mano e fanno un passo di lato, come se all’improvviso avermi accanto significasse che voglio qualcosa da loro.
E non sanno che il mio unico piacere è quello di passeggiare con loro e che l’unico mio desiderio è arrivare in fondo a quel pezzetto di strada.
Ma tutto finisce prima.
E dopo aver preso tutta l’acqua possibile, vedo i loro sorrisi, i "grazie" inespressi; in altre occasioni mi rendo conto che hanno pensato che fosse "tutto gratis" e li vedo semplicemente voltarsi e riprendere il loro cammino.
A volte continuano a bagnarsi, altre invece li vedo tenere saldi l’ombrello che ho lasciato loro.
Ancora, capita che hanno imparato da soli a passare tra una goccia e l’altra.
Fatto sta che io continuo a bagnarmi della loro acqua e per un momento dimentico la mia.
So che è egoista, ma non è proprio tutto tutto gratis. Mi piacerebbe che qualcuno lasciasse qualcosa anche a me.
No, mi resta solo l’odore di pioggia; e sono fortunato perché ormai quell’odore mi piace.
Così, gambe in spalla, ritrovo il mio albero e ricomincio a salire, arrampicandomi sui miei rami a cercare il sole dietro le nuvole.
E ricomincio a soffiare.

La foto in questo post è il sole dietro le nubi sopra il mio albero e l’ho scattata io.

Posted in Uncategorized | 3 Comments

Ogni tanto muoio un po’

LacrimaRossa

src="http://files.splinder.com/62312789b0bc930a08f9802e42dc90f1_small.jpg" />

Ogni tanto muoio un po’.
Come già mi capitò di scrivere qualche tempo fa, io credo che la vita in sé sia un susseguirsi di piccole

morti cui seguono altrettante rinascite, tranne in un caso, l’ultimo, l’unico del quale si spera di non

accorgersi.
Tutti gli altri episodi invece si sperimentano direttamente e non abbiamo modo di sottrarci alle

alternanze.
Ci sono periodi nei quali si sente che non può accadere nulla e nulla, di fatto, accade.
Poi ci sono quei periodi che iniziano in modo strano, in sordina, nei quali si insinuano, serpeggiando,

momenti di sconforto estremo che squarciano, quasi all’improvviso, attimi di serenità e tranquillità.
Queste strane sequenze, poi, spesso hanno un contraltare diretto in momenti di bizzarra euforia, che

assumono la funzione di “distrattori”, alleviando dolori e tristezze dei momenti di bassa marea.
Paradossalmente sono proprio questi momenti di euforia – e non quelli di sconforto – a fornire un segnale

chiaro di quello che sta succedendo.
Quando il livello di guardia dell’attenzione si sposta troppo in alto per poi scendere sotto lo standard,

quello dovrebbe far suonare il campanello d’allarme che la situazione è tutt’altro che chiara, anzi, tutta

da definire.
La vista sul bicchiere mezzo pieno ci dice che tutto passa e che il divenire della situazione non ha

necessariamente un significato negativo.
Per mia cultura personale, non uso mai le parole “positivo” e “negativo”; per definizione ritengo le

esperienze “piacevoli” o “spiacevoli”, a diversi titoli e gradi, ma sempre positive.
Positive perché insegnano.
Positive perché spiegano.
Positive perché fanno crescere.
Positive perché cambiano, modificano, fanno evolvere.
Per questo penso che le “piccole morti” facciano rinascere sempre a novità e che le novità di per sé non

siano da rifiutare.
A meno che non si rifiuti di accoglierle.
Ecco allora che le novità passano nella parte vuota del bicchiere.
Stando a ciò che ho statisticamente notato osservando e ripensando le mie esperienze, il lato meno

piacevole delle piccole morti è che queste sono improvvise quando ci si trova in uno stato di quiete –

apparente – e in genere ci colgono carichi di energie, proprio perché non ci sono sbalzi

destabilizzanti.
Queste sono le piccole morti più facili da accettare, perché l’energia accumulata riesce a sostenere lo

sforzo di uscire dall’impasse e affrontare la novità.
Ma quando ci sono gli alti e bassi repentini, le energie sono tutte spese a risalire, riposarsi,

rigenerarsi e a lungo andare restano poche forze e poca volontà per affrontare il colpo finale, quello che

- volenti o nolenti – chiude un cerchio e ci presenta una nuova sfida da affrontare.
Se fossimo così scaltri da interpretare i segnali – tutt’altro che deboli – del cambiamento in arrivo,

capiremmo che l’euforia intervallata dalla mestizia, ad intervalli quasi regolari e costanti, è ben più

pericolosa, perché aiuta, utilizzando residui vigori, a colmare i vuoti che si sono creati.
E l’energia così dispersa nel tentativo di mantenere uno stato piacevole “non sufficit” per il momento in

cui le situazioni tornano a scendere sotto il minimo indispensabile di gradevolezza.
Ognuno fissa il limite per sé; “l’esperienza di fare esperienza” dovrebbe aiutare quelli che, come me,

hanno imparato che le situazioni mutano costantemente e che l’abilità più utile da mettere in campo in

questi casi è quella di cavalcare l’onda ed accettarne il refluire.
Così come l’esperienza insegna che gli avvicendamenti di eventi con segno più e meno forniscono un chiaro

indizio che una piccola morte sta arrivando.
Ciò non toglie che, per necessità umana, quando si passa dentro i flutti si cerca di usare le energie

residue per restare a galla.
E ci si scarica.
Ecco, questo è il momento in cui io sto morendo un po’.
Ho passato un periodo di alternanze high and low, ho capito che stava per arrivare la bufera vera e propria

e ci sono arrivato quasi preparato.
Benché consapevole, però, non ho permesso a me stesso di conservare le energie per accettare “il nuovo che

avanza”.
In più, dall’ultima morte è passato un po’ di tempo; io non ho più la stessa età, non ho più lo stesso

entusiasmo e la stessa voglia di rimettermi in gioco.
So che lo farò lo stesso, perché l’ho sempre fatto e perché non dimostro – agli altri come a me stesso –

l’età che ho.
E perché so che mi basta poco, anche quel poco che ora non sento di avere ma sono certo che troverò quando

sarà necessario.
So per certo anche che mi mancheranno alcune cose che sono state fondamentali per rinascere l’ultima volta

che se ne è presentata la necessità, so che gli splendidi, eccitanti eventi dell’ultimo periodo mi

mancheranno da impazzire.
Ma tant’è: per rinascere bisogna morire.
E io, ora, muoio.
Muoio senza forze ma con il coraggio di morire.

L’immagine in questo post è una lacrima e l’ho trovata

href="http://img295.imageshack.us/img295/4186/revolveruq0.jpg">QUI.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Must the show go on?

La luna a Bratto

src="http://files.splinder.com/7be194626643495c62a458d47c8de351_small.jpg" />

È difficile districarmi nella selva di pensieri che mi affolla la mente.
La mezzanotte è passata da poco e io sono ancora al PC che lavoro, dopo una giornata tutt’altro che

semplice e prima di una giornata che sarà meno semplice di quella appena trascorsa.
Bratto è una frazione di Castione della Presolana, un paesino della Val Seriana, sopra Bergamo.
Tanto per cambiare, sono qui per un corso di formazione, una “tre giorni” residenziale nata sotto pessimi

auspici e dentro situazioni incontrollabili, come il terribile terremoto che ha colpito l’Abruzzo nei

giorni scorsi.
Tra i colleghi che dovevano prendere parte con me a queste attività avrebbero dovuto esserci anche dei

colleghi della nostra sede proprio de L’Aquila.
Inutile dire che non hanno potuto raggiungerci e che sono stati duramente colpiti negli affetti e nella

fredda materia.
Un collega ha perso dei parenti carissimi e nonostante questo ci ha dato tutti gli strumenti per poter

svolgere questo corso anche in sua assenza. Al di là del rispetto, dell’affetto e dell’apprezzamento

personale per una scelta così difficile in un momento del genere, ancora una volta il pensiero mi vola allo

stile di vita che conduciamo in questo incomprensibile inizio di terzo millennio.
Convulso, confuso, condensato, coercitivo.
Disarmante, divergente, diroccato, dileggiante.
Degradato e degradante.
Anche in questi momenti in cui si vorrebbe essere vicini in qualsiasi modo alle persone, agli amici, così

duramente colpiti da eventi di simile portata, siamo costretti a lasciare che lo spettacolo continui.
Dobbiamo continuare a far girare la giostra, perché così va il mondo, che ci piaccia o no.
Mettendo, per giunta, da parte le nostre preoccupazioni per i nostri cari che sono a tanti chilometri da

noi. Cercando di rimanere impassibili e facendo finta che vada tutto bene, sempre e comunque.
Ma sarà sempre una finta.
La mia mente corre al mio amore, alla mia famiglia che sono a Roma, dove le scosse arrivano e si sentono,

forti, mentre io sono al sicuro quassù.
Mi chiedo come potrei perdonarmi il fatto di essere “qui” se “lì” succedesse qualcosa.
Mi chiedo come potrei ancora vivere se fossi colpito da una simile tragedia.
Mi chiedo come potrei reggere questo gioco senza avere la forza di quegli affetti grazie ai quali, per i

quali, con i quali io sono diventato quello che sono e che mi hanno aiutato ad essere proprio qui dove

sono, lontano da loro, a fare ciò che mi piace e che so fare bene.
Stacco, esco, faccio due passi in mezzo alla strada.
La notte di Bratto è rischiarata da una splendida luna; l’aria è fresca, di una notte primaverile, senza

scossoni di vento né previsioni di pioggia.
Una piccola camminata, fino alla chiesa del paese e ritorno; giusto il tempo di una sigaretta.
Non riesco a fermare i pensieri, vanno per conto loro. Al più, riesco a freddarli un pochino.
Ma scopro che ormai si è spento tutto l’entusiasmo per le piccole cose, gli inutili, futili privilegi di

una sauna nella stanza d’albergo e di un contorno da nababbi che ieri sera mi facevano sorridere.
Mi sento impotente e inutile, sapendo che coloro che amo sono lontani. Forse sono al sicuro o forse no.

Forse mi preoccupo inutilmente, ma non riesco a non pensarci.
Tutti i miei trascuratissimi affetti sono lì e io sono qui, a pensare che se dovesse succedere qualcosa,

sarebbe giusto che io morissi con loro, perché comunque sarei morto dentro.
A quel punto, mi sarebbe veramente difficile continuare come ho fatto finora.
E mi costringo a pensare “Carpe diem, the show must go on”.
Ma vaffanculo.

L’immagine in questo post è la luna a Bratto e l’ho scattata io pochi minuti fa.



Pink Floyd – The Show Must Go On

(The Wall, 1979)



Ooooh, Ma, Oooh Pa

Must the show go on?

Ooooh, Pa. Take me home

Ooooh, Ma. Let me go


There must be some mistake

I didn’t mean to let them

Take away my soul.

Am I too old, is it too late?


Ooooh, Ma, Ooooh Pa,

Where has the feeling gone?

Ooooh, Ma, Ooooh Pa,

Will I remember the songs?

The show must go on.

Posted in Uncategorized | Leave a comment